Stranger
2008.06.07
Mentre uscivamo dal cancello ho notato quanto fossimo distanti. La tua insofferenza, la mia indifferenza. Siamo arrivati a questo punto, e ne sono colpevole quanto te. Come un’iperbole ci siamo scrutati, piano piano avvicinati, fino a sfiorarsi, compenetrarsi l’un l’altro in una parentesi fuori dal tempo. Nello stesso modo respingersi, lentamente fino a non vedersi più oltre l’orizzonte. Tutto questo ha lo stesso effetto della carta vetrata sulla pelle, lo stesso sapore della saliva al mattino dopo venti sigarette. Mi accorgo che non sei più nella mia testa, nel futuro che ho immaginato. Stai svanendo da ogni progetto, da ogni storia ancora da costruire. Il posto accanto al mio sul treno è ormai vuoto. Il letto è riempito per metà. Non sento più le tue braccia a dirmi che non sono solo. È arrivato il momento che temevamo. È arrivata la parola “fine” a decretare la nostra amicizia. E mi dispiace, mi dispiace veramente, anche se non sento più lo stesso affetto nei tuoi confronti. Quell’affetto che sognava con te, piangeva con te, sperava con te. Quell’affetto speciale, come noi. Ho incrociato il mio sguardo nello specchio dell’ascensore. Ho visto l’ennesima, ultima coincidenza. Tutto è iniziato con una parola. Tutto si conclude con la stessa. Stranieri, così simili e differenti allo stesso tempo. Stranieri, che vagano per la stessa città.
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