Presso i Fiumi di Babilonia
2010.02.06
Ho metastasi nel cervello, macchie di pensieri che partoriscono mostri. Il mio abominio ha due teste e quattro braccia, due cuori che pulsano in simbiosi. Il sapore della sua conquista è come mosto, scende dalle tempie nella coppa dell’ira di Dio. Il corpo lo desidera con ardore, la bocca invoca il suo nome. Mi abbandono alle sue mani che si avvinghiano, mi stringono, mi stritolano dolcemente. Lingue di fuoco lasciano segni sulla pelle.
Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo. È questa la seconda morte.
Esclusività non significa bellezza. È contro l’ordine delle cose, la natura, la morale. È estasi e martirio al tempo stesso, ascesa e decomposizione. Ma se questa vita trascorre già come morte, quanto grande dev’essere il peccato per sentirsi vivi?
Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte. Quanti adorano la bestia e ricevono il marchio del suo nome.
Dimmi, dov’è tutto il buono che vedi? Qui non c’è che corruzione e affanno, pena e agonia. L’apparenza di questo amore nasconde corpi divorati da vermi, mucchi di ossa che si dissolvono in cenere. E il ricordo dei loro nomi sanguina come ferita da rasoio e svanisce nel nulla.
Sono l’obbrobrio dei miei nemici, il disgusto dei miei vicini, l’orrore dei miei conoscenti; chi mi vede per strada mi sfugge. Sono caduto in oblio come un morto, sono divenuto un rifiuto.
Strappami gli occhi, così che io non possa vederti. Infilami del tritolo nelle orbite e liberami dal desiderio della tua carne. Voglio cancellare le prove della mia esistenza. Voglio deturpare ogni cellula del mio corpo, così che tu non possa amarmi.
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