Lettera Di Un Suicida

2009.06.30

Cinquanta. Sono le primavere che ho visto passare. I boccioli, i fiori, i frutti. Poi di nuovo l’inverno, le foglie a terra e i rami secchi. Sempre così, sempre allo stesso modo. Ma ogni anno che passava i miei occhi mutavano il modo di vedere le cose. L’albero era sempre lo stesso, ma le foglie sempre diverse. Dapprima una moltitudine, poi sempre meno. Fino a quando ho visto quell’albero marcire. La corteccia sgretolarsi, diventare molle. Una colonia di vermi impossessarsi del legno rimasto. Cinquanta. Come le bocche che ho baciato, una ad una assaporato. All’inizio sapevano di miele, pian piano perdevano sapore, fino a puzzare di bile. In nessuna di esse ho trovato felicità, solo estasi temporanee. Lo stesso effetto dell’eroina più pura, la stessa dipendenza. Cinquanta. Sono le sigarette fumate in quest’ultima notte. Cinquanta come i libri sullo scaffale, come le polaroid dimenticate sul tavolo. Cinquanta sogni infranti sul nascere. Cinquanta i ricordi da rivivere nella mente. Uno ad uno da ripercorre, tra lacrime e qualche sorriso. Uno ad uno, sull’altare di ciò che è stato. Cinquanta sono gli addii. Pronunciati in silenzio, mascherati ogni volta da sorrisi di rassegnazione. Cinquanta, i secondi che precedono il coraggio. Cinquanta le stelle, ingerite una ad una, con la solennità di un rito sacro. Cinquanta, i minuti di agonia. Affrontati con caparbia, senza ripensamenti. Cinquanta cerchi rossi sulle lenzuola. Cinquanta secondi. Cinquanta respiri. Poi l’ultimo.

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