A Thousand Oceans
2010.02.04
Le otto di mattina. Una luce bianca s’insinua oltre le persiane formando geometrie sulle pareti. C’è qualcosa in quella luce che mi chiama. Raccolgo i pantaloni in fondo al letto, il maglione di lana. Pochi minuti e sono già fuori. Prendo la strada che porta al vecchio convento, camminando fin dove l’asfalto diventa un oceano di ciottoli d’avorio, e ancora oltre, sulla terra bagnata dei campi d’inverno. Come un fantasma, in mezzo alla nebbia, così spessa da sentirne il peso addosso.
So bene quali siano le regole, ma sai che correrò sempre controcorrente. Sai che ti inseguirò, oltre queste colline, attraverso le galassie, ti cercherò finché avrò respiro.
Le una del pomeriggio. Una campana risuona dentro di me, e a ogni rintocco sussulto. La voce di mia madre mi chiama dalla cucina: è ora di pranzo. Ho gli occhi fissi allo specchio, immobili su se stessi. Se solo potessero vedere oltre quel nero, se solo potessero vederti ora. Asciugo le ultime lacrime cristallizzate negli occhi, quelle lacrime che scendono dentro e che non hanno materia. Quelle lacrime che non ho più.
Ho pianto mille oceani. E so che ne piangerei altri mille, se è questo tuttociò che serve per farti tornare a casa.
No comment yet.